16 gennaio 2012 | News |
Dopo il successo alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia approda nelle sale cinematografiche Shame, il secondo film nato dal sodalizio tra il regista Steve McQueen e l’attore Michael Fassbender. Già sulla bocca di tutti, la storia narra dell’ossessione per il sesso di un giovane manager newyorkese e della sua difficile relazione con ogni essere umano. Grazie a questa interpretazione Fassbender si è aggiudicato la Coppa Volpi proprio a Venezia
VIRGINIA CAROLFI
Dopo la fame, la vergogna. Hunger è infatti il titolo del lungometraggio che portò gloria e onori a Steve McQueen e al suo attore-nemesi Michael Fassbender. I due, anche fisicamente, non potrebbero essere più diversi ma la combinazione delle loro differenze conduce a risultati a dir poco notevoli. La seconda gemma generata dall’incontro di questi due pianeti artistici è Shame – vergogna; in apparenza, i due film non potrebbero essere più diversi. Hunger narra la vicenda di Bobby Sands, soldato dell’IRA, che decide di portare avanti la propria protesta attraverso l’unica libertà che gli è rimasta: decidere se vivere o morire. Shame invece mostra la vita di Brandon, rampante manager in carriera, libero di fare qualsiasi cosa ma prigioniero di una ossessione. Tuttavia, a ben vedere, le somiglianze sono molte. Indubbiamente il corpo, al centro di entrambi i lungometraggi: prima il corpo scheletrico di Bobby, scavato dallo sciopero della fame, poi il corpo nudo, perfetto, neoclassico di Brandon sempre presente in ogni scena del film, cercato, studiato, spiato dalla telecamera. Poi i lunghi piani sequenza; se in Hunger McQueen girò senza tagli una scena di dialogo di ben 15 minuti, in Shame la corsa notturna di Brandon è un lunghissimo piano sequenza in cui il regista accompagna il protagonista nelle oscure strade di New York. E Fassbender è perfetto in entrambi i ruoli e in grado di plasmare il proprio fisico e la propria personalità entrando nei personaggi senza perdere sé stesso. Bobby e Brandon sono accomunati anche dalla nazionalità, entrambi irlandesi, anche se Brandon sembra rifiutare la propria origine così come rifiuta ogni legame sentimentale e familiare.
L’arrivo della sorella nell’apparentemente ineccepibile vita del protagonista è il motore di Shame. Brandon è l’emblema dell’uomo di successo: bello, attraente, con un buon lavoro e un appartamento vicino al Madison Square Garden. Casa sua sembra uscita da un catalogo di arredamento: bianca e nera, asettica, manichea. Ma l’animo di Brandon è esattamente l’opposto; è un vergognoso nugolo di pulsioni erotiche e di fallimenti relazionali; sembra quasi che l’hard disk infettato dai virus e dai filmati porno scaricati da Internet abbia contagiato anche il proprietario. Questo precario equilibrio tra esteriorità e interiorità è sconvolto dall’arrivo di Sissy, la sorella scapestrata. La controparte femminile in questo film è l’opposto di Brandon: emotiva, dalla vita sregolata, fragile ma capace di mostrare i propri sentimenti. Forse è proprio questo che irrita il fratello, la consapevolezza che lei, pur non possedendo niente, è infinitamente migliore di lui. Straziante a questo proposito è la scena in cui Sissy Canta “New York, New York” in un bar osservata dal fratello, il quale non riesce a trattenere le lacrime.
Il sesso in questo film è sempre presente; è sesso con la collega di lavoro, con la ragazza sulla metro, con una sconosciuta in un bar. Questa onnipresenza è giustificata dal fatto che il sesso è l’unico modo che Brandon conosce per relazionarsi con gli altri. E la vergogna del titolo è proprio la sua consapevolezza di non saper affrontare i rapporti umani e di non sapersi controllare di fronte alla propria ossessione. Tutti i personaggi sono messi a nudo, McQueen riesce a far dialogare i loro corpi e i loro volti grazie a sapienti inquadrature e primi piani senza dialogo, in cui è lo spettatore stesso a doversi immergere in quello che sta guardando. Perché come in Hunger, anche in Shame chi guarda il film non può avere un ruolo passivo, è portato a reagire, a porsi delle domande, a vedere il proprio essere riflesso nei protagonisti.
Tocco di genio è la colonna sonora classica in cui Bach fa da padrone. Le Variazioni Goldberg, con il loro continuo schema a spirale, dipingono la mente di Brandon che trova nel sesso la propria ragion d’essere e ne sperimenta tutte le variazioni. Come accade per la musica di Bach, Brandon non riesce ad allontanarsi dal motivo di fondo, la carnalità, e continua a ricadervi. O forse no, forse alla fine c’è speranza di redenzione anche per lui.
In poche parole, un film da vedere.